Allied war crimes of the Campaign of Sicily

Discussions on the Holocaust and 20th Century War Crimes. Note that Holocaust denial is not allowed. Hosted by David Thompson.
tonyh
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Post by tonyh » 11 Aug 2004 14:22

Weren't there German soldiers shot at Biscari airfield by the 45th too?

Tony

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DrG
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Post by DrG » 11 Aug 2004 14:46

Today on Bresciaoggi there were four articles about the massacre of Santo Pietro.
The first one ("Uccisi dagli alleati, a sangue freddo"), by Massimo Tedeschi, is a summary of the article already published by the Corriere della Sera, but gives also a few new info:
- the total of soldiers murdered should be 29 Italians (in the article of Corriere only 14 names were listed, I thought it was the complete list) and 4 Germans
- of them 9 were from Brescia and its province: Luigi Ghiroldi from Darfo, Battista Piardi from Pezzaze, 23 years old, Mario Zani from Iseo, 26, Leone Pontara from Concesio, 23, Attilio Bonariva from Lozio, Santo Monteverdi from Carpenedolo, Gottardo Toninelli and Pietro Vaccari from Brescia, Celestino Brescianini from Pertica Alta.
- De Roit tried to find info about is murdered comrades after the war, but he was advised by the military district office not to go on because: "Now there are partizans, the Americans command.".

The second ("La tomba che non c’è"), by Massimo Tedeschi, is about the missing corpses of those murdered.

The third ("Indiziati di quella carneficina sono gli americani di Patton"), Massimo Tedeschi, is a summary of the story of the massacre of Acate/Biscari, but provides interesting new info about the alleged reprisals made by parachutists. According to Alfio Caruso (interviewed in the article) the Militia killed some Allied parachutists (launched "in the days preceding the landings", maybe he is not talking about the main assault of parachutists made on the same day of the landings, but about intelligence agents), some of them witnessed those killings and, along with other parachutists, made reprisals. But he tells they are not documented rumors. His words: "Nei giorni precedenti lo sbarco vennero effettuati molti lanci di paracadutisti americani e inglesi: alcuni furono fermati dalla milizia volontaria che li fucilava seduta stante. Si dice che alcuni superstiti, dopo aver visto quelle scene, riunitisi ai compagni istigarono alcune ritorsioni. Ma, lo ripeto, è una voce non documentata."

The fourth article ("Lo zio fu richiamato, in lui un triste presentimento"), by Giuseppe Zani, is an interview Angelo Zani, nefiew of one of the soldiers killed, Mario Zani.

BRESCIAOGGI, mercoledì 11 agosto 2004

Uccisi dagli alleati, a sangue freddo

Nove soldati bresciani furono fucilati in Sicilia nel 1943. Anche se si erano già arresi

di Massimo Tedeschi

All’archivio storico dell’Esercito la loro morte non ha lasciato traccia. L’Onorcaduti, l’organismo della Difesa che si occupa di caduti in guerra, qualifica cinque di loro come dispersi in date differenti. Di altri quattro, per ora, gli archivi non restituiscono notizie.
I cippi e i monumenti ai caduti disseminati nei loro paesi li collocano, a seconda dei casi, fra i defunti o fra i mai ritornati. Lo Stato non ha riconosciuto una lira a vedove e genitori affranti per la loro scomparsa. Eppure, nelle loro famiglie, si tramandano ancora voci flebili, memorie sempre più sbiadite, di quella tragedia: «Sono stati decimati», ricorda oggi l’anziana sorella di uno di loro, che al ricordo ancora si commuove.
Eppure «decimati» è un eufemismo. Nove soldati bresciani, giovani che allora avevano fra i 23 e i 30 anni, il 13 luglio del 1943 sono stati vittima di un eccidio. Una strage a sangue freddo perpetrata dalle truppe alleate da poco sbarcate in Sicilia che passarono per le armi a Caltagirone, dopo averli derubati di ogni avere, 29 soldati italiani e 4 tedeschi già arresi. Una strage cancellata dai libri di storia che oggi riaffiora per la tenacia dell’unico superstite: Virginio Da Roit, vicentino 92enne di Santa Maria di Camisano, falegname che nel luglio ’43, mentre difendeva con i commilitoni l’aeroporto di Santo Pietro a Caltagirone, fu catturato dagli alleati e si salvò per miracolo. «Dopo essere tornato a casa nel luglio ’45 - ricorda oggi - è toccato a me incontrare fratelli, genitori in cui riconoscevo gli stessi lineamenti dei miei compagni caduti, e raccontare come li avevo visti cadere. Io allargavo le braccia, loro capivano che non avrebbero più rivisto i loro cari».
De Roit provò, allora, a parlarne anche al suo distretto militare: «Lascia stare - mi dicevano - adesso ci sono i partigiani, comandano gli americani». E così l’eccidio di Santo Pietro è stato affidato solo al lutto privato di famiglie di Brescia, di Concesio, di Pezzaze, di Carpendolo, di Darfo, di Iseo e di altre zone d’Italia a cui De Roit aveva portato la ferale notizia.
A sessant’anni di distanza da quegli avvenimenti il velo sulle pagine tragiche che accompagnarono lo sbarco in Sicilia è stato squarciato dal libro «Arrivano i nostri» di Alfio Caruso. Le sue pagine hanno rivelato la strage di Acate (consumata il 14 luglio ’43, a poche decine di chilometri da Caltagirone) ma soprattutto hanno dato la stura ai ricordi, e la voce ostinata di De Roit ha trovato finalmente ascolto sul Corriere della Sera.
Il falegname vicentino era inquadrato nel 153° battaglione mitraglieri: «C’erano tre compagnie: la prima a Catania, la seconda all’aeroporto di Gela che fu investita dallo sbarco, e la nostra che difendeva l’aeroporto di Santo Pietro». Una pista in terra battuta realizzata un paio d’anni prima per assicurare una rampa di lancio ai bombardieri tedeschi diretti a Malta. La compagnia aveva trascorso un anno e mezzo relativamente tranquillo fino a quando un bombardamento, il 7 luglio, aveva annunciato l’imminente sbarco. Nella notte fra il 12 e il 13 luglio alla compagnia di De Roit, folta di veneti e di bresciani, arriva l’ordine precipitoso di ripiegare su Santo Pietro, la vicina borgata creata dal fascismo. Nel buio gli uomini smobilitano per raggiungere i carri armati della panzerdivision "Goering", anch’essi in rotta, ma su di loro piomba una colonna - probabilmente americana - che dopo uno scontro a fuoco li disarma. I fantaccini partiti da Brescia non si trovano di fronte i ragazzoni sorridenti che oggi vediamo nei cinegiornali, ma soldati che sembrano usciti dai manifesti della propaganda fascista firmati da Boccasile: «Ci tolsero portafogli, collanine, ciondoli, orologi. Ci rubarono scarpe e abiti. Ci fecero camminare a piedi nudi fra i rovi, e ci misero in fila per due. Un nero dalla faccia brutta - ricorda De Roit - con una parabellum sparò al petto ai primi due, che erano tedeschi. Poi ancora due tedeschi. Quando ho visto cadere anche il caporale Luigi Ghiroldi di Darfo e il mio compaesano Aldo Capitanio ho urlato: "Tosi, scapèmo!».
De Roit, il suo compaesano Silvio Quaiotto e l’anconetano Elio Bergamo si buttano nel vicino fosso Ficuzza. De Roit e Quaiotto si salvano annaspando nell’acqua, Bergamo viene falciato dalle raffiche. Intanto le mitragliette americane compiono l’eccidio. Sotto i loro colpi cade Battista Piardi di Pezzaze: aveva 25 anni e l’anno prima aveva sposato Anna Filippi, al santuario del Pasubio. Cade Leone Pontara di Concesio, 23 anni, che aveva già perso il fratello Giovanni in Russia. A loro, oggi, è dedicata una via nel paese natale. Cade Mario Zani, contadino di Iseo. Cade Attilio Bonariva di Lozio: aveva 3 fratelli e 4 sorelle. Di lui parlano ancora la lapide ai caduti del paese e il nipote Giacomo: «Ero un bambino, mi ricordo l’ultima volta che venne in licenza. Me lo vedo davanti che ci saluta con la mano, poi venne un suo amico di Vicenza a dirci che era morto». Cadono anche Santo Monteverdi di Carpenedolo, Gottardo Toninelli e Pietro Vaccari di Brescia, Celestino Brescianini di Pertica Alta e altri loro giovani commilitoni.
De Roit e Quaiotto scappano, sconvolti. Il falegname si riprenderà. Il suo amico non più. Mentre gli alleati risalgono l’Italia liberandola, De Roit resta in Sicilia: la famiglia Verdone, i fratelli Spadaro e il feudo Cucuzza sono i suoi rifugi. Finita la guerra torna a casa, e si accorge che non c’è spazio per la memoria di quella strage a cui è sopravvissuto.
Adesso che finalmente ha trovato orecchie che l’ascoltino, il superstite considerara adempiuto il suo ultimo dovere. Adesso non c’è più bisogno di distinguere fra caduti buoni e cattivi, si può riconoscere che ogni guerra è sporca, si possono restituire al ricordo pubblico quei morti dimenticati e alle pietà delle famiglie quei resti che - ancora - non hanno trovato sepoltura in terra di pace.
massimo.tedeschi@bresciaoggi.it



A Caltagirone. Nè un cippo nè una lapide ricordano l’eccidio

La tomba che non c’è

Sono tornati a casa i resti di soldati caduti in Albania, in Grecia, in Russia. Ma i resti dei nove soldati bresciani caduti in terra italiana, a Santo Pietro di Caltagirone, non sono mai stati restituiti alle loro famiglie. Peggio: nessuno sembra conoscere con precisione il luogo in cui quei corpi sono stati sepolti. Le famiglie non hanno mai avuto una tomba su cui deporre un fiore. Eppure gli ultimi superstiti di quella generazione che se ne sta andando conservano solo questo desiderio: restituire alle tombe familiari i resti di quei poveri ragazzi. La ricerca - come sempre in questi casi - non si annuncia semplice. A Caltagirone nessuno apparentemente sa con precisione dove avvenne la sepoltura. La ricerca nell’archivio cimiteriale è appena cominciata, ma non promette granchè. Un impiegato della cittadina di Caltagirone ripete al telefono quello che ha già annunciato il parroco di Santo Pietro: «In paese non c’è nessuna lapide, nessun cippo che ricordi il luogo della strage o quello della sepoltura. In paese s’era persa memoria di quella tragedia».
Anche il fante superstite, Virginio De Roit, sulla sepoltura non è preciso: «Mentre sparavano sui miei compagni io sono scappato. Poi sono rimasto nascosto per molti giorni, non sono più tornato là».
Qualche indicazione in più la offre il secondo testimone ancora vivente della strage: Giacomo Lo Nigro, un contadino della zona, che allora aveva 17 anni e dal folto di un aranceto assistette alla scena. In un siciliano stretto Lo Nigro spiega: «Dell’aeroporto non c’è quasi più nulla: solo il bunker e qualche paraschegge che riparava gli aerei. Al posto della pista di atterraggio ci sono i campi. Il luogo della strage oggi è un vigneto». E i corpi?: «Dopo i primi colpi sono scappato, so che li portarono via, verso Santo Pietro». Ma nella borgata non c’è un cimitero. Gli americani avevano con sè un lanciafiamme: potrebbero aver bruciato i corpi. Gli orrori della guerra ammettevano anche questo. Pietà e verità, unite, reclamano ora di far luce anche sull’esito dell’eccidio.
m.te.



Lo storico. Alfio Caruso

«Indiziati di quella carneficina sono gli americani di Patton»

Gli archivi militari italiani sono colmi di atrocità inflitte e subite dai nostri soldati durante l’ultima guerra. L’oblìo più o meno diplomatico ha velato molte di quelle scomode verità, come le vicende dei nostri soldati evirati dai maori neozelandesi in Nordafrica, episodio che suscitò sdegnate proteste fra le cancellerie belligeranti. Delle stragi in Sicilia di cui furono vittima i soldati italiani, invece, nessuna traccia ufficiale. Gli episodi si riaffacciano ora nel libro «Arrivano i nostri» edito da Longanesi di Alfio Caruso, il giornalista-storico già autore di «Tutti i vivi all’assalto» dedicato all’epopea degli alpini in Russia. Caruso ha svelato i contorni della strage di Acate, dove gli americani passarono per le armi 73 militari italiani e tedeschi inermi. E ha un’idea precisa su quella di Santo Pietro, emersa poco dopo la pubblicazione del suo libro.
«Caltagirone - sottolinea Caruso - fu liberata dai canadesi il 15 luglio, otto giorni dopo lo sbarco, ma il paese era già sgombro». Fulcro degli scontri era stata, due giorni prima, la borgata di Santo Pietro: «Lì i tedeschi avevano realizzato una pista in terra battuta per i loro Stukas che bombardavano Malta. In un ex convento avevano creato un convalescenziario e un ospedale da campo. Il giorno della strage in zona stava ritirandosi la panzerdivision Goering, formata da 160 "tigre" ma disastrata dalla battaglia di Gela dell’11 luglio».
E la strage? «La testimonianza di De Roit parla di un nero e fa pensare agli americani. Del resto i maori neozelandesi, come i canadesi e gli inglesi di Montgomery, quel giorno erano impegnati a decine di chilometri di distanza. L’ipotesi più probabile è che l’azione sia stata condotta da qualche reparto mobile della 45ª divisione dell’VIII armata del generale Patton».
Caruso dà conto anche di una voce popolare: «Nei giorni precedenti lo sbarco vennero effettuati molti lanci di paracadutisti americani e inglesi: alcuni furono fermati dalla milizia volontaria che li fucilava seduta stante. Si dice che alcuni superstiti, dopo aver visto quelle scene, riunitisi ai compagni istigarono alcune ritorsioni. Ma, lo ripeto, è una voce non documentata».
A Santo Pietro si conoscono le vittime ma non i carnefici. Il contrario di ciò che succede per la strage di Acate, aeroporto militare del Ragusano, teatro di un altro eccidio di italiani e tedeschi, senza nome: «In quel caso - ricorda Caruso - è aperto un processo presso la procura militare di Padova e c’è stato un processo americano. I soldati che dovevano prendere il controllo dell’aeroporto si trovarono di fronte una resistenza inattesa, anche da parte di alcuni giovani in borghese: probabilmente militari che avevano già gettato la divisa ma furono sorpresi dall’arrivo degli americani. Trentasei fra italiani e tedeschi furono fucilati sul posto dalla compagnia C del 180° reggimento dell’armata di Patton, comandata dal capitano John Compton. Altri 37 furono affidati al sergente Horacho West che, durante il trasferimento al comando per interrogarli, li trucidò». I due graduati furono processati: Compton se la cavò, sostenendo di aver ucciso franchi tiratori e di aver eseguito in fondo un ordine di Patton di non fare prigionieri. West si difese sostenendo che era sotto l’effetto dell’efedrina, uno stimolante somministrato ai soldati Usa prima degli assalti. Fu condannato alla pena di morte, poi commutata in ergastolo. L’esercito Usa si ricordò di lui alla vigilia dello sbarco in Normandia, e West partì «volontario» verso Omaha Beach. Oggi il suo nome figura fra quelli degli eroi caduti nel D-day. m.te.



La testimonianza. I parenti di una delle vittime vivono ancora a Iseo e Timoline

«Lo zio fu richiamato, in lui un triste presentimento»

In famiglia la morte di Mario Zani era finora associata allo sbarco in Sicilia, ma senza notizie precise

L'ultima sua lettera veniva dalla Sicilia. Laggiù riposa Mario Zani, nato a Clusane d'Iseo il 29 novembre 1916, soldato di fanteria ufficialmente disperso dal luglio '43. Dove sia stato sepolto, i suoi parenti non l'hanno mai saputo. Così come non hanno mai saputo come sia morto. Una ferita che si riapre adesso con le rivelazioni del "Corriere della Sera": Mario vittima della strage dimenticata di Santo Pietro, ammazzato a bruciapelo dagli americani dopo essere stato disarmato e fatto prigioniero. Una verità ancora più tragica e amara di quel che si temeva.
Angelo Zani, uno dei nipoti di Mario, residente a Timoline di Cortefranca, quasi non vuol crederci. L'emozione è forte, poi vince la voglia di riavere indietro una pagina mancante della storia di famiglia. Dice: «Mi vien la pelle d'oca anche solo a pensarci: ma è sempre meglio conoscere la verità. Ricordo che in casa, quando si parlava dello zio Mario, ci si limitava a far cenno alle spiagge della Sicilia e allo sbarco degli americani. Oltre non ci si spingeva, per mancanza di notizie certe».
C'era stato, per la verità, a guerra finita, il tentativo del fratello Giacomo di convincere i familiari ad andarlo a cercare. Ma la Sicilia a quei tempi sembrava all'altro capo del mondo e non se ne fece niente.
Mario era l'ultimo dei quattro figli avuti da Battista e Angelina Zani, morti di spagnola nel 1917. E così di Giovanni, Piero, il succitato Giacomo e Mario, appunto, si prese cura il clan familiare, l'ultima grande famiglia patriarcale di contadini senza terra che si ricordi nel comprensorio.
Nel '37 Mario va per 18 mesi a naja nel Vicentino. Nello stesso anno gli altri tre figli di Battista e Angelina si trasferiscono a Timoline di Cortefranca, ma continuano a vivere in regime di comunione dei beni a mani riunite, come si dice, con la casa-madre di Clusane (significa che se la grandine distrugge il vigneto a Timoline, a Timoline si beve il vino di Clusane).
Quando scoppia la guerra, uno alla volta i giovani degli Zani partono per il fronte, chi in Grecia, chi in Africa, chi in Russia, chi in Sardegna. Mario, che non è sposato, è richiamato nel '43. «Non voleva andare, se la sentiva che non ce l'avrebbe fatta - racconta il nipote Angelo -. Lo convinsero i parenti con la spauracchio dei carabinieri che sarebbero venuti a cercarlo».
Mario sarà l'unico degli Zani a non tornare. "Disperso" sta scritto sotto la sua foto collocata nel cimitero di Timoline. Adesso c'è qualche elemento in più per cercarlo. Giuseppe Zani

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Post by DrG » 11 Aug 2004 14:52

tonyh wrote:Weren't there German soldiers shot at Biscari airfield by the 45th too?

Yes, the Italian and German soldiers of Acate/Biscari were certainly killed by men of the 45th, instead for Santo Pietro it's not sure of what unit were the killers. Given it's position, they were probably of the 45th too, but still not 100% sure.

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Post by DrG » 12 Aug 2004 18:30

Again new info from the newspaper Bresciaoggi.
The first article is about the discovery of the relatives of Luigi Ghiroldi from Darfo, they know nothing. In the article is told that Ghiroldi was listed among those died in WW2, but no details were given, in a publication of the Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra section of Vallecamonica made thanks to the research of Andrea Garatti in the years 1989-1997.

The second article provides good news: two soldiers (Santo Monteverdi and Celestino Brescianini) that De Roit had seen among the group of those that were shot managed to escape.
Celestino Brescianini died in 1987, but his sister Carmelina recalls: "Tino, as my brother was nicknamed in our family, didn't die in that tragic trap, but saved himself miracolously. After the massacre he staid hidden in Caltagirone untill the end of the war, making various jobs for those who gave hospitality to him and he never gave news about himself because of the fear of being discovered. Only on 26 May 1945, when, by that time, we all believed he was dead, he returned to Odeno and restarted to work as a carpenter." («Tino, come veniva chiamato mio fratello in famiglia, non morì in quel tragico agguato, ma si salvò miracolosamente - ricorda Carmelina Brescianini -. Dopo la strage rimase nascosto a Caltagirone fino alla fine della guerra, facendo vari lavoretti per chi lo ospitava e senza mai inviare notizie per la paura di essere scoperto. Solo il 26 maggio del 1945, quando ormai tutti lo ritenevamo morto, tornò a Odeno e riprese a fare il falegname»).

BRESCIAOGGI, giovedì 12 agosto 2004

La ricostruzione / Il caso-Ghiroldi

Per i nipoti una triste sorpresa

Luigi Ghiroldi di Darfo. Già il cognome non è autoctono; andare poi a cercarne la memoria nella cittadina camuna, a distanza di sessant'anni dalla morte, non è cosa di tutti i giorni. Ma quel nome è tornato alla ribalta della cronaca, inserito tra i fucilati dagli Alleati durante lo sbarco il Sicilia del luglio 1943. Una scoperta che ha rimesso in moto una serie di sentimenti, soprattutto tra i pochi reduci che ancora vivono e ricordano quel periodo storico, che per loro ha coinciso con la piena giovinezza. Si cerca sui libri di storia locale, che di solito riportano l'elenco dei caduti di tutte le guerre inciso sui monumenti, si indaga alla ricerca di possibili parenti, si sfogliano annali. Nulla. Di Luigi Ghiroldi nativo di Darfo nessuna traccia. Poi all'improvviso ad aprire uno spiraglio nel buio delle notizie è una pubblicazione curata da Andrea Garatti (durata dal 1989 al 1997) per l'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, sezione di Vallecamonica. Riporta l'elenco dei camuni caduti a causa del secondo conflitto mondiale, con tanto di indicazione se militare, partigiano, camicia nera, civile. Non manca,laddove possibile, l'indicazione della modalità della morte, della sua data, del corpo di appartenenza, del grado. Un lavoro «per non dimenticare nessuno e per rimediare almeno per la nostra Valle alla mancata pubblicazione degli elenchi dei morti da parte del Ministero della Difesa, così come venne fatto al termine della prima guerra mondiale».
Ed è in questo albo che viene alla luce il nome di Luigi Ghiroldi, che risulta nato a Darfo il 16 settembre del 1914. Grado caporal maggiore, recita la scheda, e poi diversi spazi bianchi: non se ne conoscevano arma e reparto di appartenenza, non si sapeva che fine avesse fatto, su quale fronte avesse perso la vita, come e quando esattamente.
Nella sua stessa situazione, in quel di Darfo Boario Terme anche i soldati Attilio Linetti, Teodoro Priuli, Pietro Salvetti.
Un ulteriore prezioso aiuto giunge dall'anagrafe della cittadina camuna e di quella di Pisogne. Nella prima, sul foglio di famiglia, risulta il vero luogo di nascita di Luigi Ghiroldi: Verdasio in Svizzera. Essendo la famiglia di origini camune, esattamente di Borno, si trasferisce presto a Darfo dove rimane fino al 1935. Mamma e sorelle vanno poi a vivere a Pisogne mentre lui parte per la guerra. Il 2 giugno del '43 viene dato per disperso.
Ora la nuova pagina di storia venuta alla luce dà una risposta precisa: la morte è datata 13 luglio del ’43 vicino a Caltagirone, in Sicilia, passato per le armi dagli Alleati insieme a un altro camuno e ad altri sei soldati bresciani.
A Darfo e a Pisogne la notizia della «strage dimenticata» è arrivata a sorpresa. Nella cittadina camuna, in particolare, vive una nipote, Virginia, figlia della sorella Giovanna, mentre su lago c'è l'altro nipote Luigino. Per loro sentir parlare del ventottenne caporal maggiore è una novità, non l'hanno nemmeno conosciuto, ma la scoperta li lascia esterrefatti: in fin dei conti è un lembo di storia che un poco li avvolge anche involontariamente e che consente di chiudere un ramo della genealogia finora rimasto con il punto interrogativo.
Domenico Benzoni



Nuove verità sulla strage dimenticata
Celestino Brescianini tornò a Odeno dopo due anni, lo stesso giorno del fratello Felice, pure dato «disperso»

A Caltagirone due superstiti bresciani: dati per «dispersi», tornarono a casa

di Massimo Pasinetti

Per Virginio De Roit, il fante vicentino sfuggito all'eccidio di Santo Pietro scappando prima che gli alleati iniziassero a sparare, fra i bresciani barbaramente trucidati in Sicilia c’erano anche Celestino Brescianini di Odeno di Pertica Alta e Santo Montoverdi di Carpendolo. Erano suo commilitoni e De Roit da quel momento non li vide più. Per questo era convinto che fossero morti: nei giorni scorsi l’ha rivelato al Corriere della sera e martedì lo ha confermato a Bresciaoggi. I due, invece, si erano miracolosamente salvati. Anche se per gli stessi parenti erano stati uccisi a Caltagirone e per i comandi dell’esercito sono sempre risultati «dispersi».
Ora la verità viene a galla. Celestino Brescianini era nato il 16 ottobre 1914 a Odeno, dove ancor oggi vive Carmelina (per tutti Emilia), la sorella di 12 anni più giovane, al tempo coraggiosa staffetta partigiana.
«Tino, come veniva chiamato mio fratello in famiglia, non morì in quel tragico agguato, ma si salvò miracolosamente - ricorda Carmelina Brescianini -. Dopo la strage rimase nascosto a Caltagirone fino alla fine della guerra, facendo vari lavoretti per chi lo ospitava e senza mai inviare notizie per la paura di essere scoperto. Solo il 26 maggio del 1945, quando ormai tutti lo ritenevamo morto, tornò a Odeno e riprese a fare il falegname».
Carmelina non sa cosa successe esattamente a Santo Pietro nel luglio di 61 anni fa, perché Celestino non glielo svelò mai. Ma ha una lunga storia da raccontare: «Dopo Bortola che, nata lo stesso giorno di Tino ma quattro anni prima, vive tuttora a Livemmo con i suoi 94 anni, e dopo Piera, venuta alla luce nell'agosto del 1912, il 16 ottobre del 1914 nacque Celestino». A dicembre di due anni dopo arrivò Felice, poi anch'egli combattente e disperso.
«Era il 26 maggio del 1945 - ricorda Carmelina Brescianini, nel '46 ospite a Brescia per essere premiata dai partigiani con 1.500 lire, per il suo coraggio di staffetta -. Al tempo solo mamma Maria era sicura che i due figli fossero ancora vivi. Se fossero morti, c i diceva lei, profondamente religiosa, sarebbero venuti a dirmelo loro stessi. Quel mattino, giorno dedicato alla Madonna di Caravaggio, che mia madre venerava, lei si recò alla santella di Odeno a pregare la Madonna di restituirle i suoi figli. E d'improvviso, a 12 ore di distanza l'uno dall'altro, Felice e Celestino arrivarono a Tavernole e ci fecero sapere che non solo erano vivi, ma che stavano tornando a casa. Scoprirono poi che venendo da Bari e arrivando a Milano, erano stati tutt'e due sullo stesso treno, ma non si erano incontrati...».
Tino aveva poi raggiunto Padova per assolvere a un voto presso la Basilica del Santo, da dove portò ad Emilia un rosario che lei ancora oggi custodisce con cura, mentre Felice era subito tornato a Brescia, in Valtrompia e, infine, alla sua Odeno.
«Per mamma Maria fu il giorno più bello di tutta la vita, perché in poche ore ritrovò i due figli che solo lei si ostinava a credere ancora vivi», ricorda Carmelina. Due figli dei quali, dopo quasi due anni di ricerche, non si era trovata alcuna notizia.
Celestino, che De Roit aveva dato per morto con gli altri soldati italiani trucidati, ma che probabilmente era riuscito a fuggire negli istanti successivi (così come Santo Monteverdi) riprese la sua vita da falegname: «Era più che altro un artista del legno - ricorda la sorella - e dopo essersi sposato con Luigina Zubani di Tavernole ed essere andato a vivere là, mantenne la falegnameria a Odeno, di fronte a casa nostra».
Celestino Brescianini - che ha avuto due figli maschi, Luca e Mariano, che vivono a Tavernole con l’anziana mamma - morì a 73 anni, nel 1987, ben 44 anni dopo l'eccidio nascosto e dimenticato di Caltagirone: «Era un uomo molto allegro, vivace e chiacchi- erone, che sapeva farci divertire. In falegnameria - ricorda la nipote Wanda - aveva le mani d'oro e in casa abbiamo ancora mobili creati da lui. Zio Felice, invece, che aveva combattuto in Albania e poi era finito tra i partigiani albanesi, è mancato il 5 gennaio dello scorso anno».
Dopo Bortola, Piera, Celestino e Felice, per mamma Maria e papà Luigi ci fu una pausa di riflessione durata 10 anni. Pausa che si interruppe il 15 o 16 luglio del 1926: «In quei giorni nacqui io - rivela Emilia - Secondo tutti, era il 16, giorno della Madonna del Carmine, e per questo mi chiamarono Carmelina. Secondo l'anagrafe, il giorno prima, il 15. Ma nessuno può più chiarire questo dubbio. Il 13 giugno del '29. infine, nacque Pasquino, il fratello più piccolo, che vive da sempre a Odeno».

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Post by DrG » 14 Aug 2004 00:20

The local newspaper Bresciaoggi provides new info about the massacre of Santo Pietro also today (well, yesterday...).
The first article, by Massimo Tedeschi, is just a summary of the previous articles (included those of the Corriere della Sera) and introduces the other articles of this issue of Bresciaoggi.

The second text is not an article, but the letter written by Virginio De Roit to the parish priest of Pezzaze (the village of one of the soliders killed, Battista Piardi) on 13 August 1946. That letter was then given by the priest to the Piardi family, and they have kept it till today. It is a description of the massacre, it provides only a few new info:
- the soldiers that made the massacre are described as "inglesi" (English): given that American and English speak the same language, it's quite possible that it's not sure if they were of UK, USA or Canada.
- those who shot the prisoners (starting with the Germans) were "about eight".
- in this description the soldier that started shooting the POWs is described as with a terrible face, but he doesn't tell if he was black (instead in the interview to the Corriere della Sera he told about a Negro, maybe in the letter just forgot to write this fact). The presence of a black (unless it was a invetion of De Roit's mind after many years, given that in the letter he doesn't mention the colour of the soldier) among the Allied soldiers that shot the POWs may be useful to know what was the unit that made that crime (of course some Allied units hadn't blacks in them, thus they may be deleted from the list of the possible guilty).
- two months after the massacre, when De Roit was still hiding in a farm, he was informed that the corpses of the killed soldiers were then burnt and then buried in the cemetery of Caltagirone.

The third article is about Battista Piardi (full name: Amedeo Battista Piardi, born on 19 Dec. 1917) based on interviews of his relatives. Untill today he was "presumed dead", no info about his death were known. He belonged to the 153th machine guns battalions, thus confirming De Roit's words (he told he was of that battalion too).

The fourth article is about one of the survivors, Celestino Brescianini. He died in 1985 (not 1987 as told in the article of yesterday), but his son Mariano remember something about his father's story. Celestino took part to the battle of the Alps in June 1940, then he was sent to the defence of an airport near Caltagirone (of course it was Santo Pietro), he was wouned in the back "during a fighting in Sicily", maybe it happened while he was escaping from the massacre of Santo Pietro. He fled "miracolously" from the massacre of Santo Pietro and then he was soon captured with other comrades by English soldiers and sent to a "work camp" a then to a POW camp in India untill 1945.

BRESCIAOGGI, venerdì 13 agosto 2004

Così nel 1946 Virginio De Roit raccontò al parroco di Pezzaze l’eccidio di Santo Pietro e la fine di Battista Piardi

«I colpi. E il sangue spruzzava»

Eccidi dopo lo sbarco. Due inchieste militari e nuovo racconto-choc

di Massimo Tedeschi

Ora che il velo del silenzio è caduto, ora che le cautele diplomatiche non hanno più ragion d’essere, i crimini di guerra compiuti dalle truppe alleate dopo lo sbarco in Sicilia, il 10 luglio 1943, non sono più un tabù.
Su questi episodi di sangue, lo ha rivelato Gianluca Di Feo sul Corriere della Sera, in America esistono numerosi studi storici e giuridici. Ci sono esperti di diritto militare che hanno messo a confronto le sentenze del 1943 per la strage dell’aeroporto di Biscari (oggi Acate, in Sicilia) con gli episodi di Guantanamo e di Abu Grahib. Da noi solo ora si comincia a parlare delle stragi compiute dei militari alleati nella settimana seguita allo sbarco, quando americani, inglesi e canadesi si trovarono a fronteggiare una resistenza più agguerrita del previsto, e fecero ricorso anche alla brutalità, alle esecuzioni sommarie.
Epicentro delle stragi fu la zona sud-orientale dell’isola, a cavallo fra le province di Catania e Ragusa, vicina al parallelo di Tunisi. Di alcuni di questi episodi si sta occupando la procura militare di Padova: la fucilazione dei 73 militari arresisi dopo una strenua resistenza all’aeroporto di Biscari, ma anche l’eccidio di otto civili consumato a Piano Stella dove è sopravvissuto un testimone, Giuseppe Ciriacono allora 13enne, oggi carabiniere in pensione.
Ma in quel «triangolo della morte» s’è consumato certamente un terzo eccidio: quello dell’aeroporto di Santo Pietro, borgata in comune di Caltagirone. Lì, come ha potuto appurare finora Bresciaoggi , è caduta una ventina di militari fra cui sette bresciani (Luigi Ghiroldi, Attilio Bonariva, Leone Pontara, Battista Piardi, Gottardo Toninelli, Pietro Vaccari e Mario Zani) mentre altri due sono sopravvissuti miracolosamente (Santo Monteverdi di Carpenedolo e Celestino Brescianini di Pertica Alta).
Anche quella strage ha lasciato due testimoni tuttora viventi: Giacomo Lo Nigro, contadino siciliano, e Virginio De Roit, militare vicentino scampato alle raffiche degli americani.
Nei giorni scorsi abbiamo sentito entrambi. De Roit, 92enne, ci ha raccontato la sua verità con la voce rotta dall’emozione. Appunti scritti l’hanno aiutato a rintracciare il filo dei ricordi, non a colmare tutte le lacune della memoria. Per questo riproponiamo, qui accanto, un documento eccezionale, una cronaca minuziosa e quasi coeva della strage: è la lettera con cui De Roit, allora 34enne, raccontò al parroco di Pezzaze la fine del suo amico Battista Piardi, originario di Stravignino.
La lettera, conservata dalla famiglia Piardi «Sgamber», ci è stata messa a disposizione dalla cortesia di Achille Giovanni Piardi, lo storico di famiglia. Fra i tanti dettagli, una ricorrenza fa rabbrividire. La lettera è datata 13 agosto 1946: la stessa data di oggi, 58 anni fa. C’è voluto più di mezzo secolo perchè una pagina terribile della nostra storia uscisse dal buio degli archivi e venisse proclamata in tutta la sua tragica verità.



Molto Reverendo Parroco,
riferendomi alla mia precedente nota del 4 agosto u.s. indirizzata alla famiglia Piardi Battista Pezzaze del mio compagno ed avendo avuto dalla stessa famiglia l'assicurazione che il loro caro non è tornato, ritorno che io stesso non potevo sperare, ho il dolore di comunicarle, con preghiera di rendere consapevole la famiglia il fatto seguente: all'alba del 14 luglio 1943 fummo fatti prigionieri dagli inglesi, quindi spogliati completamente, levandoci ogni oggetto di valore.
Dal gruppo di circa quaranta furono a decimazione messi da parte sei della nostra compagnia, i quali presero in consegna gli arnesi per scavare una lunga fossa. Nel frattempo ci affiancarono due a due. All'estremità destra c'erano i tedeschi. Dopo qualche atteggiamento del corpo di esecuzione (circa otto) incominciò il fuoco da parte di un soldataccio dall'aspetto terrificante. Ebbi l'esatta sensazione dei colpi che foravano i primi petti: il sangue spruzzava. Quando vidi cadere un mio carissimo paesano fui preso da una sensazione quasi divina, apparve alla mia mente la Santa Vergine di Monte Berico e il vivo ricordo dei miei cari. Fu un momento, un istante; gridai terrorizzato. Scappiamo, scappiamo. Presi a tutta corsa la fuga seguito da altri due di cui uno del mio paese e mi rifugiai in un fossato coperto da alti arbusti. Le ricerche furono istantanee, scrupolose e per scovarci appiccarono il fuoco a quel fitto nascondiglio. Nel frattempo fu ucciso uno degli altri due (questo era di Ancona).
In un giusto momento quando l'agguato era altrove uscimmo noi due soli dal nascondiglio incendiato, rifugiandoci percorrendo un basso vigneto in un altro corso d'acqua immergendoci fino al collo. Le lunghe ore passarono dall'alba al tramonto. Al crepuscolo ci avviammo ad una cascina disabitata. Lì una vecchia coperta ci servì per coprirci un poco il corpo sanguinante. In seguito andai a finire in una grande fattoria dove rimasi fino al giorno del mio ritorno.
Ora a parer mio ritengo che tutti i miei compagni rimasti sul posto ebbero l'esecuzione ad eccezione dei decimati, che furono dopo le operazioni di sepoltura inviati in campo di concentramento. E' da ritenersi quindi che questi miei compagni, dei quali ho già avuto notizie di non avvenuto ritorno, siano morti. Resta solo il dubbio che qualcuno per Mano divina fosse rimasto fuori o fuggito, e quindi non posso accertarne matematicamente la morte avvenuta.
Mi fu notificato dopo due mesi circa che i resti delle salme poichè queste furono bruciate vennero deposte nel cimitero di Caltagirone.
Nel luogo di esecuzione posi una croce.
Con mio vivo dolore porgo sentiti rigraziamenti.
Virginio De Roit
S. Maria di Camisano lì 13/8/1946

PS: questo è, Molto Reverendo, il fatto succinto ma che può dar l'idea del macabro sacrificio.



Battista Piardi degli «Sgalmer» Per l’anagrafe ‘morto presunto’

Sono quasi sessant’anni che il nome di Amedeo Battista Piardi lotta per non essere fagocitato nell’oblio, per non finire nel magma indistinto dei dispersi in guerra.
È più di mezzo secolo che la tragedia di cui è stato vittima il soldato partito da Stravignino di Pezzaze non vuole saperne di morire nel flebile passaparola familiare.
Adesso, a distanza di 58 anni, la fine di Amedeo Battista Piardi riemerge in tutta la sua tragica dimensione. E fra i parenti, oggi disseminati fra Valtrompia, Milano e Roma, è un susseguirsi di telefonate accorate, di richieste di dettagli, di invocazioni di giustizia.
Il sangue di Amedeo Battista Piardi da oggi scrive ufficialmente una nuova pagina - gloriosa e dolorosa - della saga della famiglia partita da Pezzaze e oggi disseminata in tutto il mondo. Allo storico di questa saga familiare - Achille Giovanni Piardi, che abita a Gussago - non sono bastate tremila pagine a contenere un albero genealogico fitto di trame, storie grandi e piccole, umanità calda e avvincente.
In questo volume enciclopedico il nome di Amedeo Battista aveva, finora, poche righe. Ora s’è ritagliato uno spazio tutto per sè.
Amedeo Battista Piardi era un rampollo della famiglia dei Piardi "Sgalmer" di Stravignino. Il soprannome rimandava - forse per la produzione, forse per l’uso assiduo da parte di qualche antenato - ai rozzi zoccoli chiusi di legno e cuoio usati dai malghesi dell’alta Valtrompia.
Amedeo Battista era nato il 19 dicembre 1917, era il terz’ultimo di una nidiata di undici figli: i genitori erano Giovanni Battista (morto nel ’46) e Rachele Ferraglio (morta nel ’55). Di tutti i loro undici figli sopravvive, oggi, solo la sorella Gemma, classe 1915, che abita a Roma. Un ramo familiare, infatti, s’è trasferito nel Lazio ai tempi della bonifica dell’Agro pontino. Altri sono rimasti in paese, dove gestiscono il bar ex "Garibaldino", altri sono andati a Lumezzane.
All’inizio della guerra Battista viene inquadrato in fanteria, nel 153° battaglione mitraglieri che verrà decimato dal fuoco alleato durante lo sbarco in Sicilia. Come molti commilitoni, in piena guerra, Battista corona un sogno d’amore, scommette sulla vita e si sposa. La moglie è Anna Filippi, originaria di Schio, il matrimonio viene celebrato il 7 aprile 1942 al santuario del Pasubio, un sacrario della Prima guerra mondiale. Un matrimonio in pieno stile bellico che rimanda Battista al suo reparto, nel profondo Sud, con il cuore gonfio di malinconia.
A Santo Pietro, la borgata di Caltagirone dove il 153° è acquartierato, i mesi scorrono lenti, fra un decollo e un atterraggio dei bombardieri tedeschi diretti a Malta. Poi l’offensiva alleata si avvicina e il 10 luglio scatena tutta la sua potenza di fuoco. Quattro giorni dopo Piardi è vittima inerme della ferocia di quei soldati arrivati da lontano.
Finita la guerra la famiglia attende invano notizie di quel figlio inghiottito dalla guerra, fino a quando arriva la lettera del commilitone vicentino che chiede notizie di lui e, scoprendo che non è mai tornato a casa, lo indica con certezza fra i caduti sotto il fuoco alleato.
Da allora è come se il suo nome lottasse tenacemente contro le tenebre dell’oblio. La moglie, che ha perso la speranza di rivederlo e desidera risposarsi (andrà a vivere nel Vicentino, poi a Milano), ottiene la dichiarazione di «morte presunta» che tuttora risulta all’anagrafe di Pezzaze.
Al momento di realizzare, nel 1954, il monumento ai caduti di Pezzaze (voluto da don Francesco Gabrieli, allora prevosto a Rezzato, e fatto con il marmo della ditta Gamba) in paese si discute se includere i dispersi come Battista Piardi oppure no. Una voce illuminata si alza nel comitato promotore: "Mei mèt po’ tocc" (meglio metterli tutti). La saggezza popolare sceglie di incidere sul marmo i nomi dei figli di Pezzaze «ovunque e comunque caduti», e anche Battista Piardi trova il suo spazio.
Ma la sua sorte rimane indistinta, nebulosa, sempre in bilico sull’orlo dell’oblio. Ora l’esplodere del caso della «strage dimenticata» restituisce la sua fine a una tragica notorietà, al doloroso ricordo che merita.
Una delle poche fotografie superstiti ritrae Battista Piardi in un raduno premilitare a Tavernole del Mella nel ’36. In un tripudio di fez e camicie nere lui, spavaldamente, agita una baionetta: simbolo tragico di una generazione di giovani educati a illudersi che sarebbero bastati coraggio e baionette per fermare tank, bombardieri e corrazzate venuti da lontano. m.te.
(ha collaborato Edmondo Bertussi)



Il racconto

«Mio padre piangeva ogni volta che ricordava l’incubo siciliano»

La vicenda - tragica e dolorosissima - del terribile eccidio di Santo Pietro di Caltagirone compiuto dagli alleati il 14 luglio 1943 poco dopo lo sbarco in Sicilia, fa emergere ricordi e testimonianze inedite. Ieri abbiamo dato conto del fatto che - contrariamente a quanto ha sempre pensato Virginio De Roit, superstite vicentino - all’eccidio scamparono anche due bresciani: il carpenedolese Santo Monteverdi e Celestino Brescianini di Pertica Alta.
Al professor Mariano Brescianini di Tavernole sul Mella, docente all’Itis «Carlo Beretta» di Gardone Val Trompia e da un anno presidente di Valtrompia Turismo, si deve la ricostruzione di altri aspetti dalla vita del padre Celestino, a completamento delle testimonianze rese da Carmelina, sorella del sopravvissuto, pubblicate ieri da Bresciaoggi .
«Celestino, classe 1914, nativo di Pertica Alta, precisamente della frazione di Odeno, culla dei bresciani della Valsabbia, effettuò il servizio militare in Friuli, presso Pordenone, dal 1936 al 1939. Allora il servizio di leva durava 3 anni. Al termine - con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale che vide l’Italia entrare nel conflitto nel 1940 - fu richiamato sotto le armi come fante e inviato sul fronte occidentale, precisamente in Francia, inserito in un contingente bellico molto numeroso, impegnato contro i nemici d’oltralpe».
Nel corso di un feroce combattimento sul suolo francese Celestino venne ferito ad una gamba.
«Qualche mese prima dello sbarco degli alleati in Sicilia - è ancora Mariano Brescianini a raccontare, ricordando le testimonianze del padre - Celestino fu trasferito a Caltagirone, presso un aeroporto (che è identificabile con quello di Santo Pietro, borgata della predetta città, ndr.), dove c’erano alcuni aerei tedeschi, sui quali talvolta egli era impiegato come mitragliere di coda. Erano evidentemente a corto di mitraglieri e così da fante Celestino divenne aviatore. E in Sicilia fu ferito alla schiena durante un combattimento». Terribile lo sbarco degli alleati sull’isola, i cui punti strategici - a detta di alcuni - «agli anglo americani erano stati indicati sotto lauto pagamento, da alcuni esponenti locali affiliati ad una organizzazione di stampo mafioso».
«Gli ufficiali italiani vigliaccamente abbandonarono i loro soldati, che quindi rimasero in Sicilia senz’ordini e senza comandanti... Celestino, scampato miracolosamente all’eccidio di Santo Pietro, venne subito dopo catturato con altri commilitoni dagli inglesi e internato come prigioniero in un "campo di lavoro", sotto strettissima sorveglianza e sotto ferrea disciplina. Poi venne trasferito in India, sempre dagli inglesi, e quindi rimpatriato nuovamente in Sicilia, il tutto dal 1943 al 1945, sempre come prigioniero; finita la guerra, Celestino in modo davvero fortunoso riuscì a fuggire, raggiungendo il suo paese natale dopo due mesi, tra mille difficoltà». Un’autentica odissea, comune ad altri soldati italiani, di cui nella famiglia Brescianini è rimasto vivissimo il ricordo.
«Quando ricordava i terribili anni della sua prigionia - ricorda il professor Brescianini - mio padre si commuoveva fino alle lacrime, sostenendo ogni volta che gli inglesi non erano meno spietati dei tedeschi. Ad alleviare le sue sofferenze, dopo il rientro a casa, fu l’amore per Luigina Zubani, nata nel 1922 a Cemmo (allora ancora Comune autonomo, dal 1928 frazione di Tavernole sul Mella, ndr.), che divenne sua amatissima sposa». Dal matrionio nacquero nel 1954 Mariano (autore appunto della testimonianza) e nel 1966 il secondogenito Luca.
L’anziana signora Luigina ora ha qualche problema di salute e la sua memoria è debolissima. «Dalla guerra tornò anche Felice, fratello di mio padre Celestino», ricorda Mariano Brescianini, mettendo in risalto che il genitore morì a Tavernole sul Mella nel 1985 e venne sepolto nel locale cimitero adiacente alla bellissima chiesa medioevale di San Filastrio.
Mariano, già consigliere della Comunità Montana di Val Trompia per un quinquennio, riconfermato consiliere del comune di Tavernole sul Mella, da molti anni è segretario del gruppo Alpini locale: è la sua tenacia e la sua passione per le vicende storiche a mantenere viva la memoria del padre Celestino, scampato fortunosamente alla strage di Santo Pietro presso Caltagirone, alla terribile prigionia in Sicilia e in India e alle tragiche vicende della Seconda Guerra Mondiale.

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Post by DrG » 14 Aug 2004 15:58

Today Bresciaoggi publishes three articles.
The first is a summary of the older ones, but provides also new info. The military procurator of Padova, Sergio Dini, has started and inquiry also on the massacre of Santo Pietro. The other inquiries are:
- about the two massacres of Biscari/Acate, already quite known
- about the massacre of 8 civilians (included a 13 or 14 years old boy: he was 8 months older than the witness) in Piano Stella on 13 July 1943, witnessed by the retired carabiniere, Italian MP, (13 years old in July 1943) Giuseppe Ciriacono. Piano Stella is near Acate, in my old posts, given the unclear info, I thought that massacre was the same, not a different one.

The second article is about one of the survivors, Santo Monteverdi, who was in the 153th machine guns battalion in the airport of Santo Pietro. He was captured and sent to a POW camp in Algeria, then in Southern France where he met his future wife, an Italo-French. He died in 1993.

The third article is about one of the killed soldiers, Leone Pontara, born on 13 Nov. 1920. He was of the C company of the 153th machine guns battalion and his fate was unknown untill these days (he was MIA).

BRESCIAOGGI, sabato 14 Agosto 2004

I giudici militari di Padova hanno aperto un fascicolo sul massacro di Santo Pietro, avvenuto dopo lo sbarco alleato del luglio 1943 in Sicilia

Eccidio dei bresciani, indaga la Procura

Sarà interrogato il superstite di Vicenza. Acquisiti i documenti pubblicati da Bresciaoggi

di Massimo Tedeschi

La giustizia militare cercherà di fare luce sui crimini di guerra addebitati alle truppe alleate, compiuti in Sicilia all’indomani dello sbarco del 10 luglio 1943.
L’attenzione della Procura militare di Padova si sta concentrando su diversi episodi: uno di essi è la «strage dimenticata» compiuta a Santo Pietro, borgata di Caltagirone in provincia di Catania. In quella località, nei pressi di una pista di atterraggio realizzata dalle forze dell’Asse, una colonna (probabilmente di americani) si macchiò il 14 luglio di 58 anni fa di un crimine orribile: l’esecuzione, con colpi esplosi a sangue freddo, di 29 soldati italiani e tedeschi che s’erano arresi dopo aver cercato di opporsi a truppe allora considerate «nemiche».
La testimonianza di un superstite, il 92enne Virginio De Roit, vicentino, interpellato da Bresciaoggi , ha indicato nitidamente i nomi di nove soldati bresciani che facevano parte del drappello falciato dalle raffiche dei soldati alleati. Nei giorni scorsi abbiamo appurato che in realtà due di essi (Celestino Brescianini di Pertica Alta e Santo Monteverdi di Carpenedolo) sopravvissero miracolosamente all’eccidio. Gli altri sette, però, negli archivi militari e comunali figurano fra i dispersi o i «morti presunti»: sono Luigi Ghiroldi di Darfo, Attilio Bonariva di Lozio, Leone Pontara di Concesio, Battista Piardi di Pezzaze, Gottardo Toninelli e Pietro Vaccari di Brescia, Mario Zani di Iseo.
Ora su quell’eccidio di Santo Pietro la procura di Padova ha aperto un fascicolo. «Abbiamo disposto accertamenti - spiega il sostituto procuratore, Sergio Dini - per i quali abbiamo delegato i carabinieri del territorio competente. Inoltre abbiamo acquisito la cassetta di un servizio del Tg regionale della Sicilia, che ha raccolto una testimonianza su uno degli episodi».
In questo momento l’attenzione dei magistrati con le stellette è concentrata su tre distinti episodi, tutti collocati fra il 13 e 14 luglio di 58 anni fa: la strage di Acate (in cui caddero 73 soldati italiani e tedeschi e che generò un processo immediato davanti alla giustizia militare americana, come documentato dal libro di Alfio Caruso "Arrivano i nostri" e da alcuni articoli sul Corriere della Sera di Gianluca Di Feo); la strage di Piano Stella, in cui furono fucilati 8 civili inermi e a cui si riferisce la testimonianza raccolta dal Tg regionale siciliano; e infine la strage di Santo Pietro, che coinvolge appunto i sette militari bresciani. Di quest’ultima strage sopravvivono, con sicurezza, due testimoni: il contadino siciliano Giacomo Lo Nigro e il vicentino Virginio De Roit, entrambi interpellati nei giorni scorsi da Bresciaoggi .
«Abbiamo convocato il teste che vive vicino a noi - spiega il sostituto Sergio Dini - e abbiamo disposto l’acquisizione di documentazione». Nel fascicolo entrerà anche la lettera del ’46 dello stesso De Roit, pubblicata ieri da Bresciaoggi , che offre un racconto minuzioso, lucido e choccante steso a soli tre anni di distanza dagli avvenimenti.
La distanza di tempo da quei fatti non scoraggia i giudici in divisa: «Per l’omicidio plurimo - sottolinea il pm patavino - non esiste alcuna prescrizione, come dimostrano i processi a Priebke e ad altri ufficiali tedeschi».
La novità è che, con le stragi perpetrate nel luglio del ’43 in Sicilia, lo scenario cambia, e gli accusati dei crimini non sono sono militari tedeschi bensì soldati alleati che stavano piegando l’inattesa resistenza opposta da italiani e tedeschi. Finora non c’era alcuna traccia di queste vicende nei faldoni della giustizia militare italiana, competente sui crimini di guerra di ogni esercito compiuti su suolo italiano.
«Il famoso "armadio della vergogna" dimenticato per anni - sottolinea infatti il pm Sergio Dini - conteneva solo faldoni relativi ai crimini dell’esercito tedesco». Nulla, invece, sui fatti di cui si macchiarono alcuni soldati anglo-americani durante la liberazione dell’Italia.
A oltre mezzo secolo di distanza, finalmente, parlare di quei crimini non è più un tabù. E la giustizia militare, gli ultimi superstiti e gli storici possono collaborare per ricostruire finalmente la verità su una pagina dolorosa e tragica della nostra storia recente.



Santo Monteverdi il sopravvissuto finito in Algeria, emigrato in Francia

Santo Monteverdi ha avuto in cielo un omonimo «santo» protettore, quando nel lontano 1943 i soldati americani sbarcati i Sicilia per iniziare la liberazione dello stivale dall'esercito tedesco non lo inclusero nel novero dei militari italiani fucilati una volta fatti prigionieri. Da quel giorno la sua vita lo ha portato sempre più lontano da Carpenedolo, il paese in cui era nato il 14 aprile del '20, e dal fratello Severino, di otto anni più anziano. Insieme avevano vissuto la prima giovinezza il località Taglie nell'azienda agricola paterna. Chiamato alle armi nel '40, Santo vestì le mostrine di fanteria nella caserma di Sacile in Friuli prima di seguire il suo reggimento nel tentativo di contenere l'avanzata dei soldati a stelle e strisce in Sicilia.
Scampato all’eccidio in cui caddero tanti suoi commilitoni del 153° mitraglieri, fatto prigioniero nei dintorni di Caltagirone, il soldato Santo Monteverdi venne avviato nel nord dell'Algeria in un campo di prigionia. Negli stessi anni il fratello Severino, mitragliatore nel battaglione cremisi dei bersaglieri, combatteva la sua battaglia per la sopravvivenza in Russia, dalla quale è riuscito a rientrare nel '43, sfuggendo anche lui miracolosamente a pericolose azioni di battaglia nonostante le ferite riportate ad una spalla.
Negli anni di guerra i due fratelli si persero di vista e le notizie che si spedivano per posta non arrivarono mai a destinazione. La fortuna è ancora una volta vicina a Santo, spedito dall'Africa nel sud della Francia per lavorare nei campi, il soldato bresciano conobbe Lina Toffolo, un'italiana naturalizzata francese con la quale convolò a guerra finita a giuste nozze mettendo al mondo Sergio, Pasquale e Teresa.
Dopo l'armistizio Severino Migliorati [sic!] fece rientro a casa ormai convinto della scomparsa del fratello Santo. Una lettera dalla Francia riapre le speranze dei familiari, pronti ad accogliere il familiare sperduto dopo diciotto mesi dalla fine delle ostilità. «Ritrovarsi insieme fu un momento magico - confessa Severino con una certa commozione - Santo si fermò per un anno e mezzo a Carpenedolo, poi spinto dalla nostalgia della moglie, tornò in Francia venendo a trovarci tutti gli anni fino al momento della sua morte sopravvenuta per un'emorragia cerebrale nel '93. Era un tipo molto riservato e difficilmente raccontava gli anni della guerra».
Una vicenda, quella di Santo Monteverdi a un passo dalla fucilazione, che la cittadina dei carpini ha dimenticato alla svelta e riscopre in questi giorni grazie a Bresciaoggi e alle parole - sempre commosse - dei familiari. Enzo Trigiani



Le lettere di Leone Pontara, una delle vittime della strage di Santo Pietro

«Sempre vi penso, alto il morale Ma questo distacco è barbaro...»

«Sempre vi penso. Alto il morale. Smetto con la penna e non col cuore. Con tanto affetto vi bacio e vi abbraccio di cuore tutti. Baci alla mamma». Traboccano di affetto familiare, e di nostalgia della grande casa paterna, le lettere che il fante Leone Pontara, compagnia C del 153° mitraglieri, scriveva a casa, a Roncaglie di Concesio, dal suo accampamento in una Sicilia tanto remota da sembrare esotica.
Scriveva, il fante Leone, e le sue lettere suscitavano lacrime amare nelle sorelle rimaste a casa, nei genitori che dividevano le ansie fra lui, che finirà ufficialmente disperso in Sicilia, e il fratello Nani, disperso in Russia.
Ora che il velo s’è sollevato sulla strage di Santo Pietro di Caltagirone, ora che un superstite ha raccontato il modo in cui il 153° fu decimato a sangue freddo dagli alleati, la fine del soldato Pontara emerge in tutta la sua dimensione tragica. Leggere le sue lettere suscita strazio, rinnova la compassione.
Nel giugno del ’42, un anno prima della crudele fine, in una lettera alla sorella Pierina il fante di Concesio confidava la sua amarezza per una licenza mancata: «Non ti ho mai scritto perchè mi pareva sempre di venire da un giorno all’altro, mentre tutto svanisce». Non gli restava che lo sfogo: «La mia mamma la piango all’aver questo barbaro distacco da lei». Non gli restava che la nostalgia per la morosa, la dolce Marì: «Credo di avere una ragazza che mi ama, ma pure io l’amo molto».
All’inizio del marzo del ’43 Leone si sforzava di rassicurare la sorella: «Non pensare male che io sono comodato bene». Ma a fine mese la lontananza era già diventata insopportabile: «Questa è la croce che ha dato a noi il Signore e noi con tanto amore la dobbiamo abbracciare». Anche la sorte del fratello Nani, sul fronte russo, lo angustiava: «Sono molto in pensiero che mi dite che del Nani non sapete ancora nulla».
Il 20 giugno ’43 qualcosa gli pesa sul cuore: «Se avrò la fortuna di tornare ti dirò tutto in fine».
Il 30 giugno, due settimane prima della strage, l’ultimo messaggio. I familiari lo leggeranno settimane dopo, ignari del fatto che il 14 luglio Leone era stato fucilato: «È segno del destino - scriveva lui in vista dell’attacco alleato - e sono rassegnato io...».
Le rivelazioni sulla strage del 14 luglio ’43 e sulle vittime bresciane riaprono drammi familiari che sembravano attutiti dal tempo. Della fine del soldato Leone Pontara di Concesio era rimasta viva la memoria familiare, grazie a un nipote superiore dei dehoniani che ha propiziato la pubblicazione di queste lettere «per non dimenticare», grazie all’iniziativa della nipote Irene Bresciani che ha suggerito e ottenuto, da parte del Comune di Concesio, l’intitolazione di una strada ai «Fratelli Bresciani».
È innegabile che questa famiglia, che ha sacrificato cinque propri giovani alla fedeltà alla patria, meritasse un simile riconoscimento. Le guerre del Novecento hanno segnato due generazioni dei Pontara, i rami spezzati dell’albero genealogico corrispondono ad altrettante campagne militari.
Già la Prima guerra mondiale non aveva lesinato i lutti: dei quattro maschi della famiglia Pontara (Enrico, Michele, Giovanni e Leone) gli ultimi due cadono nelle trincee del Carso. Enrico, superstite, darà il loro nome a due figli maschi: Giovanni detto Nani e - appunto - Leone, nato il 13 novembre del 1920. Entrambi, però, ricalcheranno le tragiche orme di quegli zii non conosciuti, e perderanno la vita a loro volta nella guerra voluta dal fascismo.
Nani viene inghiottito dalla steppa russa nel corso della tragica ritirata, fra il dicembre ’42 e il gennaio ’43. La fine di Leone, da sempre considerato disperso in Sud Italia, è identica a quella degli altri bresciani caduti nella strage di Santo Pietro il 14 luglio 1943, strage seguita allo sbarco in Sicilia degli alleati.
Ma i lutti non hanno risparmiato altri esponenti della medesima famiglia, che viveva in una grande cascina a Roncaglie. Il cugino di Nani e Leone, Natale Pontara figlio di Michele, cade infatti in Albania (probabilmente morendo di stenti) dopo aver disertato i reparti in orbace ed esser stato inquadrato nelle fila partigiane.
Tre storie cupe, un cumulo di lutti e strazi familiari che la rivelazione sulla morte di Leone fa emergere dal passato e impone - ancora una volta - alla memoria di un’intera comunità. m.te.

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Post by DrG » 14 Aug 2004 16:01

This is a short article about the inquiry on the massacre of Piano Stella:
http://www.kataweb.it/news/detail.jsp?idCategory=729&idContent=783755
Catania, 09 ago 2004 - 14:39

Stragi dimenticate, pm Padova indaga su eccidio '43 truppe Usa

La Procura militare di Padova ha aperto un nuovo filone di indagine sulla cosiddetta "strage dei coloni", l'uccisione di otto contadini inermi, da parte di soldati americani, il 13 luglio 1943, a piano Stella, in territorio di Acate (Ragusa). Sono stati i servizi trasmessi il 23 luglio scorso dai telegiornali di Tgr-Sicilia, contenenti la testimonianza di un sopravvissuto, ad indurre il sostituto procuratore Sergio Dini ad allargare il campo d' indagine.

Su disposizione del magistrato i carabinieri hanno acquisito nella redazione di Catania della Rai la videocassetta relativa ai servizi trasmessi. In particolare l'intervista a Giuseppe Ciriacono, 74 anni, carabiniere in pensione, che racconta con precisione la strage di Piano Stella in cui, allora tredicenne, vide fucilare suo padre, un compagno di giochi di 8 mesi più grande di lui, e altri sei contadini. L'episodio rientra tra le "stragi dimenticate" di cui si sarebbero macchiati militari della VII armata Usa sbarcata nel luglio '43 sulla costa siciliana, tra Licata e Scoglitti.


But again it seems that this massacre was not unknown: I have found in internet this research made by some high-schools of Southern Italy, Vento da Sud.
Here http://www.liceolabriolanapoli.it/Vento%20da%20Sud/text2pan.htm it's written "Nei primi giorni dallo sbarco, il 13 e il 14 luglio, nella zona di Acate, gli americani sono protagonisti di alcuni eccidi: a Piano Stella sono uccisi 7 civili,..." = "In the first days of the landing, on 13 and 14 July, in the zone of Acate, Americans are protagonists of some massacres: at Piano Stella 7 civilians are killed,...".
This means:
- Ciriacono had already told his testimony (but he told about 8 people killed)
- or that massacre was already known from other sources.
Last edited by DrG on 14 Aug 2004 16:12, edited 1 time in total.

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Post by David Thompson » 14 Aug 2004 16:10

DrG -- Is there a special occasion which has generated this series of articles?

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Post by DrG » 14 Aug 2004 16:15

David Thompson wrote:DrG -- Is there a special occasion which has generated this series of articles?

It was the testimony of Virginio De Roit, that was unknown till a few days ago and was published on the Corriere della Sera of 9 August 2004 (I have quoted and summarized the article in this thread), that has started the research made by the newspaper Bresciaoggi on the massacre of Santo Pietro.

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DrG
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Post by DrG » 14 Aug 2004 17:08

I have found a book, Arrivano... Gli Americani a Vittoria nell'estate del '43, published by the municipality of Vittoria, Sicily, in 2003 (you can dowload it here: http://www.photographers.it/articoli/foto1/capa/libro_sbarco.pdf), where there is an interview, made on 29 Oct. 2000, to Giuseppe Ciriacono about the massacre of Piano Stella. Again the inquiry has started after the articles of Di Feo on the Corriere della Sera, but the crime was known at least since 2003 (but a relative of Giuseppe Ciriacono, Gianfranco Ciriacono, whose email is gianfranco.ciriacono@tin.it , had written his degree thesis about the massacre of Piano Stella and has written also a book "Le stragi dimenticate, gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella").

Gian83
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Post by Gian83 » 06 Feb 2005 19:40

61 years later, the effort of a historian and the inquiry of a military court uncover truth on the 1943 Biscari massacre

Killer of Brescian soldiers gets name

Sergeant who shot dead 37 in cold blood was trialled in the USA

Italian justice and historical research hold hands for once and together they write a page of truth on the atrocities which followed the Allied landings in Sicily from July 10, 1943.
Usually described as a triumphal ride, the liberation of Sicily was in fact real war, with gruesome pages, massacres of civilians and soldiers, and heavy casualties on both sides. From the mist of oblivion and «politically correctness» surfaces – after sixty years – the blood of the vanquished(Italians and Germans). The testimony of a survivor, Virginio de Roit, the research carried out by Bresciaoggi last August, the enquiry started by the military court in Padua, the work of Sicilian historian Gianfranco Ciriacono provided the tesserae to clear up the truth about the massacre which took place on July 14, 1943 near the Biscari airport, in which 37 Italian soldiers were killed. Among them, Brescians Luigi Ghiroldi (Darfo), Attilio Bonariva (Lozio), Leone Pontara (Concesio), Battista Piardi (Pezzaze), Gottardo Toninelli and Petro Vaccari (Brescia), Mario Zani (Iseo), while fellow soldiers Santo Monteverdi (Carpendolo) and Celestino Brescianini (Pertica Alta) survived the slaughter.
These days, the Carabinieri have interrogated relatives of both victims and survivors, re-doing the puzzle of memories. From the cross-checking of these and archive papers a sensational fact emerged: already in 1943, US justice dealt with two slaughters of POWs committed on July 14, 1943 near the Biscari-Santo Pietro airfield. For the former was trialled Capt. John Compton, for the latter Sgt. Horace T. West (colored, or maybe Native American). One was acquitted, the other was sentenced to life imprisonment, but the sentence was later reduced. Here two atrocities with ascertained culprits, but unknown victims; there, the list of the victims of a massacre whose author was unknown. Crossing the elements, the solution of the enigma came out: the Brescian soldiers fell victim to the atrocity perpetrated by Sgt. Horace T. West. And the exact dynamics of the fact emerges from the trial records. To get stained with the crime were the soldiers of A Company, 180° Infantry Rgt., part of 45° Division led by Gen. Troy Middleton: a unit formed by recruits from Oklahoma, Arizona and Colorado, trained at Ft. Devens, that received their baptism of fire in Sicily. Their landing took place in a climate of great confusion in the zone of Scoglitti. Some of them got drowned. 180° Regiment advanced inland along Road 115, nicknamed “Adolph’s Lane”.
Sgt. West, born in Barron Fork (OK) on December 13, 1909, married with two children, at the time had already served in the Colorado and Oklahoma National Guard. In the hours following the landings he witnesses rapes perpetrated by «Italian-speaking US soldiers», takes prisoner five Italian soldiers and escorts them behind the front, and kills an enemy in a hand-to-hand combat.
After occupying the town of Biscari, A Company heads toward the airfield. From the landing till the seizure of the airfield, West saw 15 of his men die. Many were his fellow citizens, coming from the city of Wagner in Oklahoma.
At Biscari airfield, U.S. troops overcome the resistance of the 153° Machine Gunners Battalion, packed with redrafted soldiers from Northern Italy: chiefly Brescians and Venetians. Maj. Roger Denman, who led the assault, hands 46 prisoners over to Sgt. West, ordering him to escort them behind the frontline for the customary questioning. West takes with himself Cpl. Michael Silecchia and Privates Amerigo Bosso, William Pastore, Herman Redda, Jerry Browne and Ewald Wilhelm, also joined by Sgt. Haskell Brown. Stripped of their shirts and shoes, the Italian soldiers move in two paired rows. 300 meters away, the selection: for unclear reasons, the younger ones (about ten) are taken over by the S2 intelligence office and escorted to a nearby place. On the other 37 falls the fury of Sgt. West that hisses to his men: «Now I’ll kill these motherfuckers»: the NCO seizes a “Tommy gun” and, before the incredulous eyes of the G.I.s., the massacre begins. Three prisoners manage to escape (among them De Roit, who would live to tell the tale). The others are cut down as they call for mercy in vain. West himself administers the coup de grâce to those still breathing.
The next day, those 37 torn bodies catch the attention of a military chaplain, Lt. Col. William E. King, that reports the event to his senior officers. Thus originated the process which on November 4, 1943, ended up in the sentence to life imprisonment of Horace West, to be served in the Lewisburg penitentiary, Pennsylvania. A sentence that would later be reduced, but that gives a name and an identity to the author of the “forgotten massacre” in which fell seven Brescian infantrymen and their fellow soldiers.

«The bodies? Maybe they are in the USA»
In these years, the memory of the “forgotten massacre” was tenaciously defended by a young Sicilian historian: Gianfranco Ciriacono, 30, born in Ragusa and residing in Acate. Researcher at the Catania Univertsity, today owner of a consulting bureau, public manager, Ciriacono devoted his dissertation and a book (Forgotten massacres. The American atrocities of Biscari and Piano Stella, published by the CDB Cooperative in Ragusa – € 12) to these tragedies. Ciriacono has an emotional and family involvement in the facts.
«Around the Biscari airfield, on July 13 and 14, 1943, three massacres took place. In two of them, the victims were Italian and German soldiers. In another, in the Piano Stella district, were killed seven Sicilian farmers. One of them was my Grandfather. The only survivor was my father Giuseppe Ciriacono, at the time 13 years old, who would become a Carabiniere. To bring those facts into light has always been a mission to me».

Can you describe the zone where the atrocities occurred?
The 1938 law on landed estates brought to the creation of eight farm villages all around Sicily. One was located in Biscari and was named after Arrigo Maria Ventimiglia, a soldier killed in Africa. It was formed by a handful of farmhouses, each surrounded by ten-hectares-large grounds, inhabited by a total of 300 people. The farmers were engaged with the deforestation of a hillside. Many of them weren’t even members of the Fascist Party.
How was the airfield created?
The Biscari or Santo Pietro airfield stood at the limit of the communal area of Caltagirone, not far from the Piano Stella district. It was formed by a dirt strip and some difensive emplacements. Together with Comiso and Ponte Olivo it was part of a network of airfields used as a starting point for the attacks on Malta. Today there are few traces of those structures. The zone is invaded by vegetation.
On what basis were you able to reconstruct the massacres?
I used local oral sources and I worked on US archives. After contacting the Embassy in Rome, thanks to a scholarship I travelled three times to the USA, where I worked on the Washington Military Archive. And I tracked down the records of the trial against Sgt. West and Capt. Compton for the two atrocities. Inter alia, it can be inferred from the records that Patton tried to whitewash the inquiry while his deputy Bradley objected and wanted to shed light on it.
Did you run into any trouble in accessing the documents?
No, they had already been disclosed in 1958. In the USA one just has to provide himself with a credit card and, upon payment, can access to documents that would still be top secret in Italy.
What idea did you get about the soldiers that got stained with those crimes?
I interviewed some veterans and they explained me that they were enlisted for $45 a day. After the Depression it was a great opportunity for an income. Those from the 180° Infantry Rgt. came from rural Midwest areas. There were many colored, mestizos, indians. From the documents emerges that before the assaults they made use of benzidrine, a stimulant. West was a cook: he was sentenced to life emprisonment but was not demoted. Nevertheless he was released before the end of the war. I do not know where he ended.
Did you locate the spot of the Brescians’ massacre? And where did the bodies get to?
The spot, thanks to testimonies, has been individuated with certainity: it is located at the foot of a centuries-old tree near the Ficuzza creek, on the edge of a vineyard planted later. The fate of the bodies of the Italian soldiers is instead unclear. It is ascertained that they were not burnt with a flamethrower immediately after the killing. The next day, a military chaplain found them unburied, inspected them and described them in great detail.
Were they buried on the spot?
Testimonies are confused. In the area no corpse has ever surfaced, nor appears that the bodies were buried in local cemeteries. My hypotesis is that they may have been brought to the US War Cemetery in Gela. But this burial ground was dismantled in 1950-’51. The remains of the dead were taken to the United States. Among them there might be those of the Italian soldiers killed by the Americans as well.
Do you think to have fulfilled the duty you had taken up so that these atrocities would not be forgotten? No, not completely. I have two more dreams. I wish that all the names of the Italian fallen were ascertained and were created an association of their families to keep the memory of that fact alive. Today, in Sicily, there’s no cippus, plaque, monument to remember this event. And I also dream of a historical foundation to collect documents and works on the the subject of the violences inflicted to civilians by Allied troops during the war.
You will be accused of anti-americanism…
A groundless accusation. President Ciampi also insists on a shared memory that includes every aspect of the tragedy of World War Two. These aspects have been hidden up to now, and it’s not fair. First of all with regard to the victims.

Massimo Tedeschi (From Bresciaoggi November 25, 2004)

Anybody willing to contact Gianfranco Ciriacono can email him at ciriacono at tin.it. His book can be requested to the CDB publishing house by calling the (+39)0932/667976.
Last edited by Gian83 on 09 Feb 2005 00:10, edited 2 times in total.

David Thompson
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Post by David Thompson » 06 Feb 2005 21:00

Gian83 -- Thank you on behalf of the readers and myself for that very useful translation.

Gian83
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Post by Gian83 » 06 Feb 2005 21:44

I have another question: there is a kind of mystery about what happened in the villages of Pachino, Sortino and Ispico. There is a rumor (unproved and probably false) that British paratroopers killed some civilians because they had been shot at while they were going down with their parachutes. I have asked info to Mr. Di Feo, and he told me that he has never heard of that crime and that he is sure that nothing happened in Sortino because he had made some studies about its ancient churches of Pantalica (an ancient town near Sortino) and knows personally that village. Has anybody heard of these alleged murders?

Don't know. The main trouble with the Brits' jump into Primosole was that their C-47s were mistaken for German aircraft by "trigger happy" Navy gunners and some of them were shot down. For this reason the paras were dropped far from the planned DZs and many of them were wounded as a result of a harsh touchdown.
I once had the chance to talk to a veteran who was involved in this operation. He did not mention being shot at while in his 'chute - neither he nor any of his comrades (also consider that they jumped from very low altitude).
Inter alia, he said that he was sighted by two Germans but they did not shoot at him since they probably mistook him for one of their own parachute troops who were similarly equipped (very strange). This leads me to believe that the Germans were taken completely aback by the airdrop.
That's probably why Primosole was seized despite the Red Devils had been scattered over a wide area.

BTW take a look at http://www.bunkerafrikano.it/ which features a very informative page on Operation Husky

Gian83
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Post by Gian83 » 07 Feb 2005 19:13

Sicily 1943, Patton’s order: «Kill Italian prisoners»

The forgotten massacres carried out by US infantrymen between July 12 and 14. «Tens of dead».

«Captain Compton rounded up the Italians who had given themselves up. They may have been more than forty. Then he asked: “Who wants to take part to the execution?”. He gathered two dozens of men and all together they opened fire on the Italians». «Sgt. West took the column of Italian POWs away from the road. He asked for a submachine gun and told his men: “You’d better not watch, so that the responsibility will be mine only.”Then he killed them all». It’s a small Cefalonia: the victims are Italian soldiers who had fought resolutely. Their executioners are neither SS nor Wehrmacht men. They are US infantrymen. What happened in Sicily between July 12 and 14, 1943 is the blackest page in US military history. A page on which US historians have been discussing for five years, while in Italy this event is almost unknown. In North American universities there are courses devoted to these massacres, such as the one held in Montreal «From the Biscari massacre to Guantanamo». And these weeks US military law experts evaluate the responsibility of the Abu Ghraib warders on the basis of the military courts that judged the «shooters of Italians». Because – according to the trial proceedings – the US soldiers defended themselves by saying to have obeyed Patton’s orders. «We’d been told – they stated – that the General wanted no prisoners».

THE FACTS – No one knows the exact number of Axis servicemen killed after surrendering. The most important episodes are five, with at least two hundred victims. Two of them, occurred at Biscari airfield near Ragusa, are known in every detail. In Fall ’43, the US Court Marshal held, in the utmost security, two trials: Sgt. Horace T. West gunned down 37 Italians, Capt. John C. Compton’s firing squad at least 36. The trial records state: «All prisoners were disarmed and collaborative». Two more slaughters were described by an eyewitness, British journalist Alexander Clifford, in talks and letters now disclosed to the public. They took place at Comiso airfield, that would become famous half a century later for NATO missiles. At the time it was a Luftwaffe base, contested in a bloody battle. Clifford reported that sixty Italians, captured in the first lines, were unloaded from a truck and machinegunned. A few minutes later, the same scene was repeated with a bunch of Germans: fifty of them were killed. When a Colonel, called in by the reporter, stopped the killing, only three were still breathing.
Clifford reported everything to Patton, who promised him that the culprits would be punished. But there was no trial and the journalist refused until his death to testify against the General. Finally, the last atrocity in the Narbone-Grilli soap factory at Canicatti against civilians that were pillaging it. According to the statements compiled in those confused days of 1943, US MPs, after ordering to halt and shooting in the air, opened up on the crowd killing six people. But the records discovered in 2002 by Prof. Joseph Salemi of New York University – whose father was an eyewitness of the facts – relate the testimony of some soldiers who were there. «Just as we came in, the Colonel yelled to shoot at the crowd that had entered the plant. We did not move: it was a chilling order. Then he reached for his pistol and fired 21 shots, changing three clips. Many civilians died: I saw a boy with his stomach torn open by bullets».

THE ORDER – But the trial records pertinent to «the Biscari facts» give to understand that the victims may be many more.
All crimes were work of the 45th «Thunderbirds» division, units originated in the Oklahoma, New Mexico and Arizona National Guard. Their members are described as cowboys, some with Native American origins. But they participated courageously in some of the hardest battles of WWII. Their baptism of fire took place in Sicily: they were to get hold of the three airfield nearest to the coast, strategical for the move of Allied air units. Instead, the desperate resistance of two Italian divisions and few German units held them off for four days. Many G.I.s lost their nerve. And everybody was convinced that Gen. Patton had ordered not to take any prisoner. Tens of enlisted men, NCOs and officers testified: «We’d been told that Patton did not want to get them alive. Aboard the ships sailing towards Sicily, we heard Gen. Patton’s speech over the loudspeakers: “If they surrender when you are 2-300 meters far from them, don’t care about their raised hands. Aim between the third and fourth rib, then shoot. F**k it, no prisoners! The time to play is up! Now it’s time to kill! I want a killer division, because killers are immortal!».
THE HORROR – First to discover and report the atrocities was the Division chaplain, Col. William E. King. Some distraught G.I.s summoned him and showed him the heap of bodies riddled by Sgt. West: «It’s crazy – they said – they’re killing all prisoners. We’re at war to fight this brutality, not to do this filth. We’re ashamed on what’s going on». King rushed to the Regiment HQ. But while on the road leading to the airport he saw a stone fence, probably a sheepfold, full of Italian POWs. So goes the chaplain’s statement: «As I neared, the Corporal on guard greeted me: “Father, have you come to bury them?”. “What are you saying?” I replied. The Corporal said: “They’re there, I’m here with my Thompson SMG, you’re there. And we were told not to take no prisoners». At that point, Col. King got on a rock, called all the present G.I.s and improvised a sermon to convince them to spare those men: «You cannot kill them, prisoners are a precious intelligence source. And their comrades might retaliate on our fellow soldiers that they have seized. Don’t do it!». Capt. Robert Dean’s tale is almost as poignant: «I was stopped by two unarmed stretcher bearers. They said: “We’ve got two wounded Italians, send somebody to finish them off”. I yelled them to tend those soldiers, otherwise I’d make them pay for it».

THE SENTENCE – It was the will of Col. King himself to originate the two trials on the Biscari atrocities. King reported everything to the Army inspector (something like a District Attorney or Italian “Pubblico Ministero”) that reported to Omar Bradley. The trial against Sgt. West started in September. Charge: «wilful murder, for killing deliberately and in full awareness 37 POWs, with unbecoming behavior». The Italian infantrymen – a little less than fifty – had been captured after a long fight in a cave near the Biscari airfield. The CO handed them over to the Sergeant with an order presumed «vague» by judges: to take them away from the landing strip, where the shooting was still ongoing. Nine witnesses reconstructed the slaughter. West lined up the Italians, after a few kilometers of marching parts five or six of them from the rest of the group. Then he got hold of a submachine gun and took the others away from the road. There he killed them, chasing the ones running for their lives while he changes magazine.: one of the bodies was found 50 meters away.
Before the court, Sgt. West defended himself by appealing to battle fatigue: «I was on the frontline for four days, without sleeping». He declared to have witnessed the execution of two G.I.s captured by th Germans, which made him «uncontrolledly furious». His defending counsel spoke about «temporary mental infermity». In the end, West said to the judges: «We had been ordered to take prisoners only in extreme cases». But his defence did not convince the Court, that sentenced him to life emprisonment. The sentence, however, was never served. In fact, the US Governement were terrified by the possible repercussions of the atrocities. They feared the image loss on the Italians, with who an armistice had just been signed – and the risk of retaliations on Allied POW in Germany. They decided not to jail West in a US penitentiary but to keep him under arrest at a base in North Africa. Then his sister started writing to the Ministry and urging the County Congressman to intervene. The Army High Command feared that the affair might end up on newspapers. On February 1, 1944, the War Ministry head of Public Relations pressed the Caserta Allied HQ for an «act of mercy» for Sgt. West: «We cannot – says the letter published by Stanley Hirshsohn in 2002 – allow that this story be made public: it would give help and support to the enemy. It wouldn’t be understood by civilians, that are too far away from the violence of the fightings». Thus, after six months only, West was released and sent back to the frontline. According to some sources, he was killed at the end of August 1944 in Brittany. According to others, he ended the war unscathed.

THE ACQUITTAL – Instead, on October 23, 1943, Capt. John C. Compton didn’t try to find any excuse before the military court: he just said to have obeyed orders. During the trial was reconstructed the battle for Biscari, fought all night through. There was a hidden emplacement on a hillside that kept firing on the strip. It was a ferocious fray, with machinegun and mortar shots, without any front line. Compton’s outfit had had twelve KIA within a few hours. At some point, a G.I. saw an Italian in uniform and another in civilian clothing coming out of a shelter: they were waving a white flag. The G.I. came closer and about forty men in the trench raise their hands. Five wore civilian jackets and blouses over their military pants and boots. The soldier hands them over to the Sergeant but the Captain came over. Compton wasted no time and decided to kill them. Many of his men volunteer: 24 of them shoot hundreds of rounds in the bunch of the Italians. The exact number of the casualties is uncertain but the enquiry ends with the indictment of the sole officer for 36 murders, freeing his subordinates. And in the courtroom Compton declared that the order was to kill the enemies that kept resisting at close range. Furthermore he specified that those Italians were “snipers”, hence they had to be shot: a defensive line that was reportedly suggested him by Patton himself. «I got them killed because this was Patton’s order – the Captain concluded – Right or wrong, the order of a three-star-General with combat experience is enough to me. And I carried it out to the letter». All eyewitnesses – among them several Colonels – confirmed Patton’s statements, that terrible «If they surrender only when you’re close kill them».
Others also referred that Patton had said: «The more men we take, the more food we need. We’d better do without it». Compton was acquitted. The responsible for the enquiry William R. Cook was tempted to appeal. «That acquittal was so far from the American sense of justice – he wrote – that such order had to appear clearly illegal». But in the meantime Cook had been killed in action. By a twist of fate, he was reportedly hit by a sniper while he was approaching some Germans who were waving a white flag.
Compton’s acquittal, however, became a legal case that began circulating among the personnel of US military courts after the end of the war. A precedent deemed “confidential” also to prevent it from influencing the Nazi war crimes trias. Then, in 1973, a trace in Patton’s diaries published by Martin Blumenson and in 1983 the first complete description in Gen. Bradley’s autobiography.
Today, some American historians – absolutely not suspect of revisionism – believe that, on the basis of the Compton sentence, the SS shot for murdering US POWs were to be acquitted. And while studies on the «Biscari massacre» and its repercussions have been published in the United States during the past twenty-five years – the first in 1988 by James J. Weingartner, the latest in 2002 by Hirschson – the facts were substantially ignored in our country. Twenty years ago, in the volume written by American historian Carlo d’Este on Operation Husky, translated by Mondadori, the matter was consigned in the beginning of a paragraph. Then, lately, two hard-to-find works of Sicilian historians and one page in the well-documented volume by Alfio Caruso. However no initiative was ever taken to remember those nameless soldiers. While even Biscari does not exist any longer: today the town is named Acate.

Gianluca Di Feo (end of part one) Corriere Della Sera, June 23, 2004

Part two is in the pipeline but, gentlemen, you will have to wait until tomorrow...

ChristopherPerrien
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Post by ChristopherPerrien » 07 Feb 2005 19:53

Although several of these incidents are 'war-crimes" , there is a real shady area when it comes to shooting soldiers who might be trying to surrender (combatants) instead of already have (POW). Those two groups are not the same and attempts to surrender do not always get "accepted", some leeway has to be given due to the heat of battle and the safety of the "winning" side. For example the soldiers in the bunker trying to surrender, sorry, but fighting till the enemy can get close enough to to kill you, and trying to surrender is pretty cowardly and the act of surrender does not make it "automactically "acceptable.

As to shooting looters, that is common martial law or at least US martial law, no matter the age of the looters or whatever exenuating circumstances. It is no war-crime.

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